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Binge eating: cos’è, sintomi, cause e come uscirne senza colpevolizzarsi

~January 22, 2026
11 minuti
binge eating

Capita a molte persone di mangiare più del previsto in una cena tra amici o durante una festa. Il binge eating, però, è diverso: non è una semplice “abbuffata occasionale”, ma un pattern che può diventare ripetitivo, doloroso e difficile da interrompere. Chi ne soffre spesso vive un senso di perdita di controllo, vergogna e frustrazione, e può provare a “compensare” con diete rigide o digiuni, alimentando un circolo vizioso.

In questa guida trovi una spiegazione semplice ma accurata: cos’è il binge eating, quali segnali riconoscere, perché può comparire, quali conseguenze può avere e, soprattutto, quali percorsi di aiuto sono davvero utili. Non è un testo per fare diagnosi: se ti riconosci in molte parti dell’articolo, il passo più protettivo è parlarne con un professionista (medico di base, psicologo, nutrizionista esperto di disturbi alimentari).

Cos’è il binge eating (disturbo da alimentazione incontrollata)

Il binge eating è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da episodi ricorrenti in cui si mangia una quantità di cibo molto grande in un tempo relativamente breve, con la sensazione di non riuscire a fermarsi o di non avere controllo su cosa e quanto si sta mangiando. A differenza della bulimia nervosa, di solito non sono presenti condotte compensatorie regolari (come vomito autoindotto o uso di lassativi) per “rimediare” all’episodio.

È importante chiarire un punto: il binge eating non è sinonimo di “golosità” e non dipende da pigrizia o scarsa disciplina. È un problema complesso in cui entrano in gioco emozioni, pensieri, abitudini, fattori biologici e contesto di vita. Ridurlo alla forza di volontà, purtroppo, aumenta lo stigma e spesso peggiora la situazione.

Sintomi del binge eating: come riconoscerlo

Le persone descrivono spesso gli episodi come un “pilota automatico”: si inizia a mangiare per calmare una tensione, per riempire un vuoto, per spegnere un’emozione, e poi diventa difficile interrompersi. A volte l’episodio avviene di sera o di notte, altre volte in momenti di stress o solitudine. Un elemento molto comune è mangiare più velocemente del normale e continuare anche senza fame.

Oltre alla quantità di cibo, il punto chiave è il vissuto: la sensazione di perdita di controllo e il disagio successivo. Dopo l’episodio possono comparire senso di colpa, vergogna, tristezza, irritabilità e promesse di “rimediare” con restrizioni drastiche. Alcune persone evitano di mangiare con altri per paura di essere giudicate e preferiscono farlo di nascosto.

Tra i segnali che meritano attenzione ci sono anche i cambiamenti nel rapporto con il cibo: regole rigide (cibi “permessi” e “vietati”), oscillazioni tra dieta e sgarri, pensieri frequenti sul peso e sulla forma del corpo, paura di perdere il controllo. In parallelo, non è raro che siano presenti difficoltà emotive come ansia persistente o umore basso.

Fame nervosa, abbuffate e binge eating: differenze importanti

Molti cercano online “fame nervosa” e arrivano al binge eating. In parte è comprensibile: entrambe le situazioni possono essere legate a emozioni e stress. La differenza è che la fame nervosa può essere episodica e non necessariamente associata a perdita di controllo marcata o a un forte disagio, mentre nel binge eating gli episodi sono ricorrenti e vissuti con sofferenza significativa.

Un’abbuffata occasionale, inoltre, può capitare a chiunque e non indica un disturbo. Diventa un campanello d’allarme quando la persona si sente intrappolata in un ciclo: restrizione (dieta severa), aumento della tensione, episodio di abbuffata, colpa e nuova restrizione. In altre parole, non è “quanto” si mangia una volta, ma cosa succede nel tempo e quanto impatta sul benessere.

Binge eating e bulimia: cosa cambia

Il binge eating e la bulimia nervosa condividono le abbuffate, ma differiscono soprattutto per la presenza di comportamenti compensatori tipici della bulimia. Nella bulimia la persona, dopo l’abbuffata, mette in atto strategie per evitare l’aumento di peso (vomito autoindotto, lassativi, attività fisica eccessiva, digiuno prolungato). Nel binge eating questi comportamenti non sono abituali, anche se possono comparire periodi di restrizione o tentativi di “riparare” con diete molto rigide.

In entrambi i casi, il tema centrale non è il cibo in sé ma la relazione con cibo, emozioni e corpo. Per questo, il percorso più efficace tende a essere multidisciplinare: psicoterapia, lavoro nutrizionale non punitivo e, quando serve, valutazione medica.

Perché viene il binge eating: cause e fattori di rischio

Non esiste una singola causa. Di solito il binge eating nasce dall’intreccio di fattori psicologici, biologici e sociali. Sul piano emotivo, molte persone usano il cibo come regolatore: per calmare stress, rabbia, tristezza o solitudine. Sul piano cognitivo, possono esserci pensieri rigidi (“se ho sgarrrato ormai è tutto rovinato”), perfezionismo, autocritica e una forte insoddisfazione corporea.

Un fattore spesso sottovalutato è la restrizione alimentare: diete troppo severe, lunghi digiuni, eliminazione di interi gruppi alimentari o regole inflessibili possono aumentare il rischio di abbuffate. Questo non significa che “le diete causino sempre binge eating”, ma che un approccio punitivo e rigido al controllo del peso può rendere più probabile la perdita di controllo, specialmente in chi è già vulnerabile.

Ci sono poi aspetti biologici e di neurochimica coinvolti nei meccanismi di ricompensa e motivazione, che possono rendere alcuni cibi particolarmente “richiamanti”. In questo quadro, è utile capire che sostanze come la dopamina partecipano ai circuiti della gratificazione: non è una giustificazione, ma una chiave di lettura che aiuta a uscire dal giudizio morale e a cercare strategie concrete.

Altri fattori di rischio includono stress cronico, eventi di vita difficili, bullismo o commenti sul corpo, insonnia e ritmi sregolati, e condizioni psicologiche associate (ad esempio sintomi depressivi). Se l’umore è basso da settimane o mesi, può essere utile un confronto anche su possibili quadri di depressione maggiore, perché il benessere emotivo e quello alimentare spesso si influenzano a vicenda.

Conseguenze del binge eating su corpo e mente

Il binge eating può avere conseguenze fisiche e psicologiche. Sul piano del corpo, non è l’episodio singolo a fare la differenza, ma la ripetizione nel tempo: oscillazioni di peso, disturbi gastrointestinali, sensazione di pesantezza, gonfiore e alterazioni del rapporto fame-sazietà. Alcune persone riportano gonfiore addominale frequente o dolore e fastidio dopo le abbuffate.

Nel tempo, se il peso aumenta e restano presenti sedentarietà e alimentazione disordinata, possono aumentare alcuni rischi metabolici. Per esempio, può essere utile parlare con il medico di eventuale insulino-resistenza, glicemia e profilo lipidico, non per colpevolizzarsi ma per prendersi cura della salute in modo completo e senza estremismi.

Sul piano psicologico, il prezzo spesso più alto è la sofferenza emotiva: vergogna, isolamento, perdita di autostima, paura di non farcela, ansia anticipatoria (per esempio prima di una cena), senso di fallimento. Questo può ridurre la qualità di vita, le relazioni e la serenità quotidiana. Il punto fondamentale è che non devi affrontarlo da solo: chiedere aiuto è una scelta di forza, non di debolezza.

Diagnosi: quando parlare con un professionista

Se gli episodi sono ricorrenti, se ti senti in perdita di controllo, se dopo mangiare provi forte colpa o ti ritrovi a compensare con restrizioni rigide, vale la pena parlarne. Non serve “toccare il fondo” per chiedere supporto: prima si interviene, più è facile interrompere il circolo.

La diagnosi di disturbo da alimentazione incontrollata è clinica e viene fatta da professionisti qualificati (medico, psichiatra, psicologo). Spesso è utile anche una valutazione nutrizionale con un approccio non giudicante, orientato alla regolarità e alla sostenibilità, non alla punizione. Se avverti anche sintomi fisici importanti (per esempio dolore addominale intenso, vomito persistente, sangue nelle feci, svenimenti), è necessario contattare subito un medico o il pronto soccorso.


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Come smettere di abbuffarsi: strategie realistiche che aiutano

Non esiste una soluzione unica per tutti, ma ci sono strategie che, nella pratica clinica e nella vita reale, aiutano molte persone a ridurre gli episodi e a recuperare un rapporto più stabile con il cibo. L’obiettivo non è la perfezione: è costruire sicurezza, regolarità e strumenti per gestire le emozioni senza usare il cibo come unica ancora.

Un primo passo spesso molto efficace è ripristinare una struttura dei pasti regolare. Saltare la colazione o “resistere” tutto il giorno può aumentare la vulnerabilità serale: quando il corpo è affamato e la mente è stanca, il controllo diminuisce. Lavorare su tre pasti principali e uno o due spuntini, in base ai propri bisogni, può sembrare banale ma è spesso una base potente.

Un secondo passo è ridurre la mentalità del tutto-o-niente. Il pensiero “ormai ho sgarrrato” è un acceleratore delle abbuffate. In terapia si lavora spesso su alternative più realistiche: “ho mangiato più del previsto, posso riprendere dal prossimo pasto”, senza digiuni punitivi. È un cambio di linguaggio interno che, con il tempo, abbassa la tensione e quindi la probabilità di perdita di controllo.

Un terzo aspetto riguarda la gestione dello stress e delle emozioni. Se le abbuffate arrivano dopo giornate intense, cariche di pressione o conflitti, serve costruire un “kit” di strategie alternative: respirazione, pausa breve, camminata, scrittura, chiamare qualcuno, fare una doccia, ascoltare musica, pratiche di presenza. Anche la meditazione mindfulness può essere uno strumento utile per riconoscere l’impulso senza esserne travolti. Non funziona come bacchetta magica, ma come allenamento graduale.

Un quarto punto, spesso decisivo, è lavorare sulla vergogna. La vergogna spinge a nascondere il problema e a rimandare la richiesta di aiuto; l’isolamento, a sua volta, aumenta lo stress e quindi il rischio di nuovi episodi. Parlare con un professionista o con una persona fidata rompe il circuito e rende il problema più gestibile.

Percorsi di cura efficaci: psicoterapia, nutrizione, supporto medico

Le linee guida internazionali indicano la psicoterapia come trattamento di prima scelta per il disturbo da alimentazione incontrollata. In particolare, la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) ha evidenze solide nel ridurre la frequenza delle abbuffate e migliorare i pensieri disfunzionali legati a cibo e corpo. Anche altri approcci (come terapie basate sulla regolazione emotiva) possono essere utili, soprattutto quando il problema è fortemente legato a stress, trauma o difficoltà relazionali.

Il lavoro nutrizionale, quando è fatto da professionisti competenti in disturbi alimentari, non è “una dieta” nel senso comune. È un percorso di rieducazione: regolarizzare i pasti, ridurre le restrizioni, imparare a riconoscere fame e sazietà, inserire gradualmente i cibi temuti, costruire un equilibrio realistico. In molti casi, un approccio focalizzato solo sul peso può peggiorare il ciclo; per questo è importante scegliere figure formate su questi temi.

Il medico può valutare lo stato di salute generale, eventuali conseguenze metaboliche e la presenza di comorbidità. In alcune situazioni può essere indicata anche una valutazione psichiatrica, soprattutto se sono presenti ansia intensa, depressione, pensieri autolesivi o altre condizioni che richiedono un inquadramento specifico. Questo non significa “sei grave”: significa prendersi cura di tutti i pezzi del puzzle.

Binge eating e peso: cosa sapere per non cadere nel ciclo dieta-abbuffata

Il peso è un tema delicato. Molte persone cercano “binge eating e dimagrimento” e finiscono intrappolate in un paradosso: più provano a controllare con rigidità, più aumentano gli episodi. In generale, la priorità è ridurre le abbuffate e stabilizzare il comportamento alimentare; questo, nel tempo, può portare anche a cambiamenti del peso, ma soprattutto porta a più energia, più lucidità e meno sofferenza.

Se l’obiettivo è anche gestire il peso, è fondamentale farlo in modo compatibile con la guarigione: niente scorciatoie, niente regole impossibili. In alcuni casi si arriva al binge eating dopo periodi di diete restrittive (per esempio diete molto basse in carboidrati o “a lista”). Se stai valutando approcci specifici, parlane con un professionista: alcune strategie molto rigide possono essere controproducenti in chi è vulnerabile alle abbuffate, come può accadere con una dieta chetogenica se non seguita e monitorata correttamente.

Come aiutare una persona con binge eating (partner, famiglia, amici)

Se una persona che ami vive episodi di binge eating, l’istinto è spesso quello di “spronarla” o controllare cosa mangia. Anche se nasce da buone intenzioni, di solito non aiuta: aumenta vergogna e segretezza. È più utile offrire ascolto, evitare commenti su peso e porzioni, e chiedere come puoi essere di supporto. Frasi semplici come “non sei solo” e “possiamo cercare insieme qualcuno con cui parlarne” sono spesso più potenti di mille consigli.

Un aiuto concreto può essere sostenere la regolarità dei pasti (senza imporre), proporre attività che riducono lo stress e incoraggiare la richiesta di aiuto professionale. Se la persona rifiuta, puoi comunque prenderti cura anche del tuo carico emotivo: sostenere qualcuno con un disturbo alimentare può essere impegnativo e può essere utile un confronto con uno psicologo.

Quando preoccuparsi: segnali che richiedono attenzione medica

Il binge eating non è un’emergenza in sé, ma alcune situazioni richiedono un contatto medico tempestivo. Per esempio: episodi con dolore addominale molto intenso o persistente, vomito ripetuto, svenimenti, debolezza marcata, sangue nelle feci, peggioramento rapido dell’umore, pensieri di farsi del male. Anche se non sei sicuro, meglio una valutazione in più che una in meno.

Inoltre, se il binge eating convive con insonnia, stanchezza importante, palpitazioni o sintomi fisici nuovi, un check con il medico aiuta a escludere o gestire condizioni associate e a impostare un percorso sicuro.

Domande frequenti su binge eating

Il binge eating è una malattia o un vizio?

Il binge eating è un disturbo del comportamento alimentare riconosciuto clinicamente. Non è un vizio né una mancanza di volontà. Può migliorare molto con supporto psicologico e, spesso, con un lavoro nutrizionale e medico integrato.

Quante abbuffate servono per parlare di binge eating?

Solo un professionista può definire una diagnosi, perché contano frequenza, durata nel tempo, perdita di controllo e disagio associato. Se gli episodi sono ricorrenti e ti fanno soffrire, vale comunque la pena chiedere aiuto anche prima di qualunque “soglia”.

Il binge eating può venire anche se non si è in sovrappeso?

Sì. Il binge eating può riguardare persone normopeso, sottopeso o in sovrappeso. Il peso non è un indicatore affidabile della presenza o assenza del disturbo.

Come interrompere un’abbuffata quando sta iniziando?

Può aiutare fare una pausa breve (anche 2–5 minuti), bere un bicchiere d’acqua, cambiare stanza, respirare lentamente e notare cosa stai provando (stress, rabbia, tristezza). Non sempre funziona al primo tentativo: è un allenamento. Se gli episodi sono frequenti, il percorso più efficace resta quello con professionisti.

La dieta peggiora il binge eating?

Una dieta molto restrittiva o punitiva può aumentare il rischio di abbuffate in molte persone, perché amplifica fame, senso di privazione e pensieri ossessivi sul cibo. Un piano alimentare flessibile e personalizzato, invece, può essere parte della soluzione.

A chi rivolgersi per il binge eating?

In genere il primo passo può essere il medico di base, che può indirizzare verso psicologo/psicoterapeuta esperto di disturbi alimentari e, se utile, nutrizionista o dietista con la stessa competenza. Se sono presenti sintomi depressivi importanti o pensieri autolesivi, è indicato anche un consulto psichiatrico.


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AutoreElty

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